Sicurezza privata e norme

La terminologia in uso nel mondo della sicurezza privata

di Alessandro Cascio · 4 febbraio 2020 · 5 minuti di lettura

Parole ostili: la terminologia della sicurezza privata

La semantica è quella parte della linguistica che studia il significato delle parole. Mi sono accorto che le incomprensioni e gli equivoci, nell’ambiente della “sicurezza privata”, nascono proprio dal fraintendimento del significato di alcuni termini. Sovente sfugge il senso primario di una parola (denotazione), mentre si dà molta importanza alle allusioni e alle implicazioni emotive che quel vocabolo evoca (connotazione). Facciamo un esempio.

«Particolare» vuol dire privata

Denotazione e connotazione della parola “particolare” nella locuzione “guardia particolare giurata”.

Se chiedessimo agli addetti ai lavori cosa significa esattamente l’aggettivo qualificativo “particolare”, quasi tutti risponderebbero “fuori dal comune”, ossia speciale, esclusivo, eccezionale. Naturalmente darebbero una spiegazione, appunto, legata più che tutto alle loro convinzioni e aspettative, eppure il suo significato basilare è un altro. Significa – infatti – privata! Per cui una G.p.G. (acronimo di guardia particolare giurata) non è altro che una guardia di sicurezza privata, soggetta a giuramento. Tanto è vero che anticamente per “proprietà particolare” si intendeva – appunto – la proprietà privata. Ed ancora potrei aggiungere che in diritto l’aggettivo “particolare” attiene a un ente al di fuori dello Stato come rafforzativo del fatto, se vogliamo, che un istituto di vigilanza è un’azienda commerciale privata.

La «polizia privata» non esiste

Un’altra espressione contraddittoria e dibattuta è “polizia privata”. Soffermandoci sulla parola “polizia” è facile associarla a un corpo o forza di polizia, ossia a tutte le attività investigative e repressive degli agenti appartenenti agli organi tecnico-operativi dipendenti dalla pubblica amministrazione (stato, enti locali), in tal senso non può certo coincidere con una organizzazione “privata”, tanto è vero che siamo abituati a espressioni come polizia militare, tributaria, giudiziaria, scientifica, locale, ecc.

Ancora una volta il significato delle parole mette ordine e fuga ogni dubbio, nondimeno appare sensato impedire qualsiasi fraintendimento che generi confusione nella cittadinanza riguardo le distinte funzioni in capo ad organi privati e pubblici. Eppure la questione non appare così scontata, fintanto si è dovuta anche dibattere nelle sedi giudiziarie.

Il quadro normativo di riferimento sarebbe la legge n. 49 del 2006 che prevede ed estende le pene a chiunque illecitamente detiene segni distintivi, contrassegni o documenti di identificazione in uso ai Corpi di Polizia, ovvero oggetti o documenti che ne simulano la funzione, nonché l’art. 2, terzo comma, del D.M. 8 agosto 2009 il quale vieta espressamente l’utilizzo di uniformi, emblemi, simboli e altri segni distintivi o denominazioni riconducibili anche indirettamente alle forze dell’ordine. Il tutto rafforzato dalla circolare del 2007 che esorta i Prefetti di esercitare le dovute prescrizioni al fine di impedire l’utilizzo di denominazioni, distintivi, loghi, contrassegni che rechino riferimenti al termine “polizia” e/o “polizia privata” da parte di I.V.P. o agenzie investigative.

Il principio chiave, insomma, è che nessuno può utilizzare i segni distintivi in uso ai Corpi di Polizia, idonei ad ingenerare nei terzi la convinzione di trovarsi al cospetto di un tutore dell’ordine.

Questo rischio si palesa, ancor di più, aggiunge lo scrivente, se l’operatore “indossa” un’arma, come nel caso delle guardie giurate. Ecco perché le loro uniformi/divise devono essere preventivamente autorizzate. Non ci sono altre ragioni!

Non entrerò nel merito, più di tanto, delle novelle legislative e regolamentari e alle prescrizioni provenienti dalle circolari amministrative che hanno un orientamento univoco e conduco, piuttosto, l’attenzione del lettore alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto l’Associazione Europea Operatori Polizia (AEOP), datosi che si è scomodato persino il Consiglio di Stato e più di una volta il TAR del Lazio, nonché si pronunciò, per primo, anche il Questore di Roma.

Richiamo, pertanto, alcuni tratti delle suddette sentenze che evidenziano chiaramente e marcatamente che l’associazione predetta ha utilizzato modelli di uniforme difformi da quelli a suo tempo autorizzati e idonee, per la loro similitudine (foggia e colore) a quelli in uso a Forze di Polizia, ad ingenerare inganno nei terzi sulle reali qualità professionali di chi le indossa, inoltre il TAR del Lazio aveva diffidato la suddetta associazione a modificare anche il nome, orientamento confermato dal C.d.S. in quanto, i giudici d’appello, considerano tale denominazione “foriera di palesi equivoci”. Va ammesso – però – che non sempre le sentenze sono state dello stesso avviso. Ognuno tragga le proprie conclusioni.

Tutto ciò specificato ritengo del tutto illogico, oltre che illegale, usare una terminologia palesemente o velatamente riconducibile alle attività tipiche delle FF.OO. (acronimo di Forze dell’Ordine).

Quando le parole cambiano status

Il lessico ha subito dei mutamenti di status. Non saprei se i neologismi attuali, per dare un’estensione al significato originale delle parole, siano intervenuti in modo apprezzabile… Così i metronotte sono diventati guardie particolari giurate, gli spazzini operatori ecologici, il contadino è un imprenditore agricolo e fra mestieri che sono scomparsi o stanno scomparendo e le nuove professioni c’è un giardino fiorito di sinonimi che possono togliere qualche imbarazzo ma nella mia mente un netturbino resterà tale, non saprei se per l’istantaneità di un giudizio o la ferocia di una sintesi estrema.

La fregatura? Il rischio di fraintendimenti pericolosi perché non chiamiamo più le cose con il loro nome!

Se un tempo parlavi con qualcuno dei “metronotte”, sapevi per certo che al tuo interlocutore veniva in mente la guardia notturna che metteva i bigliettini nelle serrande dei negozi per dimostrare il proprio passaggio (in bicicletta); adesso se chiedi a un cittadino cosa sia una “guardia particolare giurata”, definizione alquanto fastosa (a giudizio di chi scrive), molti sarebbero in difficoltà, altri penserebbero, comunque, a quella figura storica, non certo a un “incaricato di pubblico servizio” e neppure sarebbero interessati più di tanto ad approfondire… Del resto, persino i diretti interessati brancolano nel buio riguardo a quell’aggettivo “particolare“, però guai a chiamarli vigilantes, nonostante loro stessi snobbino la dizione “operatore dei servizi fiduciari” e preferiscano chiamare “portieri” i loro colleghi disarmati, che è come definire sbirro un poliziotto, ossia assume un valore dispregiativo.

Nel mondo della “security” – insomma – si assiste ad una gara squallida a considerare indegno della propria stima chi veste una “uniforme” diversa dalla propria e la forma più comoda, soprattutto rimanendo ancorati dietro una tastiera, è quella di umiliarti, disprezzando il tuo ruolo, ridicolizzando il tuo status. Sapendo – però – che il disprezzo è solo l’indice della propria insoddisfazione personale, è anche facile capirne le radici e sorvolare…

“Le ferite incurabili sono quelle inflitte dalla lingua, dagli occhi, dalla derisione e dal disprezzo”.

Honoré de Balzac
Alessandro Cascio

Alessandro Cascio
Fondatore di Demetra Group, criminologo e Senior Security Manager. Articolo pubblicato anche su LinkedIn.