Sicurezza privata e norme

Riformare la security privata senza creare monopoli

di Alessandro Cascio · 24 maggio 2026 · 4 minuti di lettura

Riformare la security privata senza creare monopoli

Negli ultimi mesi il mondo della security privata sta vivendo una stagione di “riforme promesse” che riguarda da vicino guardie giurate, servizi fiduciari e, in generale, chi lavora nei mestieri di confine tra sicurezza pubblica e privata. Molti progetti di legge vengono presentati come la grande occasione per modernizzare il comparto, migliorare tutele e qualità. Ma se li guardiamo con gli occhi di chi lavora davvero sul campo, emerge un rischio concreto: l’idea di riportare tutto sotto un unico ombrello prefettizio, fino a far sparire, di fatto, l’area dei servizi ausiliari alla sicurezza.

Disegni di legge come il 902, affiancati dal 119 e dal 1008, vengono presentati come la grande occasione per “modernizzare” il comparto, valorizzare le guardie particolari giurate, migliorare le tutele e mettere ordine in un settore frammentato.

Se guardiamo da vicino la direzione in cui spingono, però, emerge un’altra storia: quella di un tentativo molto netto di monopolizzare la security privata, riportandola tutta sotto l’ombrello delle licenze prefettizie e facendo, di fatto, sparire il mondo dei servizi fiduciari ausiliari alla sicurezza.

Oggi il sistema, pur con tutti i suoi limiti, si regge su un equilibrio riconoscibile: le forze di polizia gestiscono l’ordine e la sicurezza pubblica; le guardie giurate presidiano la sicurezza privata armata entro perimetri ben definiti; i servizi fiduciari – control room, portierati evoluti, reception con funzioni di presidio, controllo accessi – coprono quell’ampia zona di esigenze reali che non richiedono né pistole né poteri pubblici. Questo livello “intermedio” è entrato ormai anche nel linguaggio tecnico: le norme UNI hanno iniziato a descrivere ruoli, competenze e limiti degli ausiliari alla sicurezza, togliendoli dall’anonimato e dall’improvvisazione.

Una parte delle proposte di riforma va però in un’altra direzione. In nome di una sacrosanta richiesta di maggiore dignità per le guardie giurate – albo nazionale, riconoscimento del lavoro usurante, standard formativi più seri – si prova a far passare un messaggio implicito: tutto ciò che somiglia anche da lontano alla sicurezza dovrebbe essere svolto solo da soggetti sotto licenza prefettizia. Tradotto: o sei guardia giurata (o equiparato), oppure il tuo servizio rischia di essere considerato abusivo o da eliminare. Il portierato, il controllo accessi non armato, la reception con funzioni di filtro, il presidio soft in GDO o in azienda diventano così un’anomalia da correggere, non una componente strutturale dell’ecosistema.

Per i professionisti – security manager, HSE, HR, facility, consulenti, imprenditori della vigilanza, fiduciari – la domanda è inevitabile: è davvero questa la strada verso una security più matura? Centralizzare tutto sotto la stessa filiera autorizzativa non significa solo alzare le barriere d’ingresso, ma anche perdere flessibilità. Molti contesti non hanno bisogno di una guardia armata, ma di un buon servizio ausiliario: una figura formata, riconosciuta, incardinata in procedure chiare, capace di dialogare con la security aziendale e di attivare, quando serve, la vigilanza o le forze di polizia. Cancellare questa fascia vuol dire costringere il mercato a comprare sempre “il prodotto più pesante”, anche dove non serve, oppure spingere verso soluzioni informali e meno controllabili.

Non si tratta di difendere corporazioni contrapposte – guardie giurate contro fiduciari – ma di mantenere una distinzione funzionale tra ruoli diversi. Le GPG hanno bisogno di migliori condizioni di lavoro, di status chiaro, di percorsi di crescita veri, non di una “onnipotenza” normativa che le trasformi in semi‑forze dell’ordine o in unico contenitore di qualunque esigenza di presidio. I servizi fiduciari, a loro volta, non hanno bisogno di essere spazzati via: hanno bisogno di essere regolati meglio, ancorati a standard tecnici, collegati in modo trasparente ai livelli superiori di security.

Una riforma intelligente della vigilanza privata dovrebbe fare tre cose: rafforzare lo status e le tutele delle guardie giurate; riconoscere e normare con serietà i servizi ausiliari alla sicurezza; chiarire una volta per tutte i confini tra polizia, sicurezza privata armata e servizi di presidio non armati. Tutto il resto – l’idea che basti riportare ogni attività “di sicurezza” sotto licenza prefettizia per avere qualità – rischia di essere solo una grande operazione di accentramento, che fa comodo a pochi player e non necessariamente alla sicurezza complessiva di aziende e città.

Per chi lavora nel settore, questo è il momento di farsi una domanda semplice e scomoda: vogliamo un mercato più professionale e plurale, con ruoli distinti e standard alti, o un mercato più chiuso, dove una sola famiglia di attori decide che cosa è “sicurezza vera” e che cosa no? La risposta, più che nelle aule parlamentari, passerà anche dalla capacità dei professionisti di far sentire la propria voce e di difendere l’utilità concreta di tutte le componenti della catena, fiduciarie comprese.

In un Paese che fatica ancora a distinguere tra poliziotto e guardia giurata, la soluzione non può essere cancellare anche la differenza tra guardia giurata e servizio fiduciario. La strada non è appiattire tutto, ma riconoscere e proteggere le differenze: perché è lì che passa la linea tra una security matura e un’altra operazione di accentramento camuffata da riforma.

Alessandro Cascio

Alessandro Cascio
Fondatore di Demetra Group, criminologo e Senior Security Manager. Articolo pubblicato anche su LinkedIn.